Mentre aspetto il tuo arrivo

Mentre aspetto il tuo arrivo il tempo è scandito dai colpi che batto sul tagliere in legno. Mi impegno a sezionare dadi di uova nate da piante rozze – ramate di verde – e impongo ad ogni strisciata di lama un esito dalla forma e dalle dimensioni ben precise. Pomodori: tessere molli di un mosaico da versare in una ciotola in ceramica pallida e robusta che vorrei fingere di rompere, nascondere, trafugare, esiliare a casa mia, ma casa mia per davvero, non questa da cui prendo in prestito stoviglie, odori e ospitalità.
Le verdure le ho prese nel negozio di pakistani dove tutto costa poco, dove tutto è ammassato e dove tutti quelli che comprano, però, gonfiano soddisfatti le borse che si sono portati da casa. Si vede che non sono di qui, sai, e si vede che vivo sola. Sembravo un chirurgo in camice da sala operatoria al cinema mentre mi facevo pesare: un lime, uno scalogno, tre pomodori, un ciuffino di coriandolo e un peperone prematuro e mingherlino.
Uscendo dal negozio stavo per chiamarti, ma poi mi sono persa a guardare una donna che vagava zoppicando – come smarrita – tra le casse e i bancali sfiancati da frutta di seconda o forse anche terza scelta. Un abitino povero, il suo, di tessuto sintetico, i capelli rossi come i miei e una collana di pietre azzurre. Gesti lenti e confusi, che mi si attaccano addosso come frittura di casa d’altri. E io nel mio sacchetto infilo tra le verdure una riflessione che mi immagonisce: chissà se vivere e invecchiare senza rendersene conto serva poi a qualcosa.
Quasi mi dimenticavo, i semi e il succo non mi servono, sono inutili, irritanti e superflui. Loro privano la mia marinata alla messicana di consistenza e accuratezza. E allora prendo i pomodori straziati meccanicamente dalle mie ostinazioni e li stringo a due mani tra strati di carta assorbente solo apparentemente sprecati. Ecco, io li fermo senza schiacciarli, ma sono decisa mentre rimango nell’attesa che le mani si inumidiscano, perché sarà quello il momento in cui sarà giusto schiudere le dita e liberare dalla carta inzuppata quei coriandoli da mangiare a cucchiaiate. Gratto il lime contro l’acciaio che prende di mira le dita, ma mi regala zeste odorose e poi frammenti maniacalmente minuti di scalogno e coriandolo tritato a caso – sì a caso – perché è con lui che mi gioco la sorpresa tra lingua e palato. E poi ancora il peperone nato male, ridotto quasi in grani, perché è stato invitato nella mia ciotola bianca, ma deve ricordarsi di essere solo un ospite e non deve concedersi troppa confidenza con gli altri compagni di sapore.
E’ quasi l’ora del tuo arrivo e io sono pronta ad accoglierti con la sensualità di un profumo francese, con la benevolenza dei miei vestiti morbidi e con una premura a forma di salsa con la quale ti vorrei incantare durante un aperitivo fatto di tortillas croccanti e prosecco piacione che anticiperà la nosta cena fuori.

Mi coglie all’improvviso una spossatezza leggera che dondola tra la buona volontà e il non riuscire ricordare.
Mentre aspetto il tuo arrivo e ti preparo quella che credevo fosse la mia prelibatezzza più ipnotica e seducente,  ho dimenticato che tu non mangi pomodori.

Foto di Erica Maiorana

Foto e testo di: Erica Maiorana

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