Gli orange wine: questi sconosciuti, vini che fanno viaggiare nel tempo.

Trovarsi per caso ad una degustazione di orange wine è un po’ come andare ad un appuntamento al buio. Personalmente non ne avevo mai sentito parlare e non avevo minimante idea di cosa stessi per assaggiare.

Gli orange wine, come suggerisce il nome, sono dei vini dal colore arancione a volte così carico da dare l’impressione di passiti. Dietro questi vini, c’è la volontà e l’amore di coraggiosi produttori. Alcuni di questi producono vino rispettando le leggi della natura, altri “rispolverano” tecniche che risalgono all’antica Roma , altri entrambe le cose. Sono produttori che lasciano riposare il loro vino in anfore, che trattano le loro viti senza aiuti chimici e che spesso si trovano ad “inventare le regole” di queste tecniche ormai troppo lontane nel tempo. Ne deriva quindi una produzione molto interessante sia dal punto di vista storico che “etico”.

Orange wine

“L’ eticità” sta nella voglia di uomini come Josko Gravner e Damjan Podveršič di lavorare con madre Terra avendo il massimo rispetto per madre Natura, abbracciando così non solo il biologico ma anche il biodinamico che si preoccupa degli “umori” dell’ Universo nelle diverse stagioni e Lune.

Tecnicamente parlando, gli orange wine sono dei vini bianchi sottoposti a macerazione sulle bucce, vinificati di fatto, in rosso. La vinificazione delle uve bianche, infatti, non prevede di lasciare le bucce a contatto con il mosto in fase fermentativa, come avviene per le uve rosse. Questa scelta regala al vino il suo colore arancione e una complessità olfattiva che solitamente non è presente nei vini bianchi. Potremmo scherzosamente dire che sono dei bianchi che si divertono a travestirsi da vini rossi, almeno al palato.

Gli orange wine ,infatti, grazie alla loro forza tannica ricordano la complessità e il carattere spigoloso dei vini rossi. Forza che proviene proprio dal contatto con le bucce portatrici dei famigerati tannini, “colpevoli” della longevità del vino.

“Sono vini particolari che” come dice Paolo Zaccaria, “o li si ama o li si odia, esperimenti che a volte sono in grado di regalare grandi esperienze gustative” come il “Breg Anfora” di Gravner o il “Cinque Terre” di De Battè.

Gli orange wine all’olfatto ricordano spesso note di miele e frutta e nei casi ben riusciti sanno di deja vu temporali, di passato, di “antichità”, di origini.

Il loro nome all’italiana è bianchi macerati e seppur poco conosciuti si stanno facendo strada tra grandi controversie e polemiche. Personalmente non so ancora bene se li odio o li amo, forse un appuntamento non è bastato, ma di sicuro non passano inosservati.

Come non passa inosservata la grandezza di questi produttori che sono per prima cosa grandi uomini amanti della naturalità delle cose, sia fuori che dentro la vigna.

Francesca Nappo

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