Mangia quel che vuoi purché sia #foodporn

Foodporn

Oggi vi propongo un giochino. Andate a cena fuori e provate a contare quanti clienti NON stanno immortalando il piatto con lo sguardo posseduto dell’artista, in procinto di partorire l’opera del secolo. Scommetto che una sola mano vi basterà. E ora, facciano un passo avanti quelli che, prima ancora di aprire il Menu, si sono già geolocalizzati su Facebook, hanno like-ato la pagina del locale, taggato tutti i presenti, passato più tempo a controllare le notifiche che a rivolgere la parola al commensale che, però, ha già guadagnato un cuoricino virtuale nello status.

G-O-U-R-M-E-T, T-E, R-U-O-T-E, R-E, G-O, R-E-M-O, T-E-M-O, O-R-E… Scusate, soffro di Ruzzle-dipendenza. Io, come tutti quelli che deliziano le nostre cene con il simpatico sottofondo di vocaboli composti in tempi record, durante le maratone di questa versione alienante del sorpassatissimo “Paroliere”. Morale della favola, da questo improvvisato studio sociale emerge che, a forchetta e coltello, si preferiscono silenzio e smartphone.

A tal proposito, ci sono ristoratori che propongono uno sconto del 5% in cambio di astinenza. Voi accettereste? Suppongo che per alcuni pic-maniaci, neanche questo sia un incentivo abbastanza allettante. Perché non importa che tu sia seduto al tavolo di un pluristellato, a pranzo da tua nonna o appoggiato al furgoncino del “porchettaro” che ti ha appena servito mezzo metro di pane, farcito con i più fritti contorni da Milano a Palermo: la foto innanzitutto. E non sia mai al commensale venga la balorda idea di rovinare la mise en place con una forchettata a tradimento. Non basterebbero tutti gli insulti del plotone Cracco-Barbieri-Bastianich, a placare l’ira funesta.

La pandemica Instagram regna, impera, domina fra le applicazioni di fotografia amatoriale, e accoglie ancora a braccia aperte, i sempre più agguerriti aspiranti adepti alla setta del “se non lo fotografo, non l’ho mai mangiato”, che va sotto l’hashtag di #foodporn.

Come ogni confraternita che si rispetti, ha delle regole rigide e imprescindibili a cui attenersi. Sono comprovati casi di nonnismo alla vista di qualche talentuoso che ha osato superare il numero di hashtag consentiti al suo stadio basic.

L’ossessione compulsiva di fotografare il cibo e farne un capolavoro per gli occhi, prima ancora di aver testato se sia almeno commestibile, ha generato una nuova specie di ominide: il foodporniano, iniettato come un filetto bello al sangue, alla ricerca DELLO scatto (e qui vale la regola melius abundare).

Il foodporniano medio sceglie come primo partner di vita il proprio Smartphone. Sviluppa quasi immediatamente la fobia di restare a corto di foto e quindi affina la capacità di archiviarne molte, in modo da poterne pubblicare almeno una al giorno. Al foodporniano medio non importa se la foto sia davvero bella, perché Instagram ha svariati filtri per migliorarla, come photoshop con la cellulite. Se poi viene proprio male, basta ingiallirla, un tocco di sfumatura, e diventa subito Vintage. Problema risolto! Mentre fotografa, spesso strizza gli occhi, come a simulare la messa a fuoco. Darsi un tono è nelle regole. Gli hashtag sono di fondamentale importanza se si vuole promuovere le proprie opere e avere dei follower, ma a molti foodporniani bisognerebbe spiegare che saper hash-taggare non significa saper fotografare. In più, nessuno troverà la foto, se la key-word la conosce solo il loro cervello. In fasi evolute, che solo in pochi raggiungono, si inizia ad essere attenti anche all’esposizione, alla luce e al fatto che ci sia qualcosa di davvero valido da immortalare. Se nessuno di questi sintomi si presenta, il fruitore di Instagram abbandonerà l’applicazione o passerà a soggetti come gatti, paesaggi random, o innumerevoli repliche delle proprie gambe in location diverse, rigorosamente fotografate molto dall’alto, così siamo tutti più magri, più illusi e più contenti.

Non spaventatevi se vedrete i foodporniani spostarsi sotto un faretto nel bel mezzo della serata, rigirare il piatto fino a solcare il tavolo per cercare il profilo migliore della lasagna, impostare il multiscatto per non perdere nessuna espressione della polpetta, o alzarsi in piedi per cogliere la coreografia del famosissimo “letto d’insalata” al cospetto dell’orata. Vi assicuro che è tutto normale. O forse no?!

Sinceramente,

una #Foodporniana

Testo: Antea Raucci

Foto: http://www.guardian.co.uk

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