La mia Argentina. Tomar mate per vivere

Partire da Siena e arrivare a Roma. Partire e lasciare un lavoro fatto con serietà ma senza passione e amore. Decidere a ventotto anni di fare il Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico dopo tante esperienze perchè le strade intraprese mi hanno sempre portato alla ricerca del cibo, il modo più semplice e immediato per capire gli altri. 

Non sono parole buttate in una pagina bianca dalla tastiera di un computer. Sono la mia convinzione, il mio modo di vivere, di approcciarmi ad ogni nuovo posto. Il cibo mi strega, mi serve sempre per capire chi ho di fronte e inquadrarlo.

Tre anni fa sono stata in Argentina. Ho vissuto a Rosario quattro mesi. Qua sotto l’email scritta a mia madre prima di tornare in Italia. Io vivo, mi nutro, conosco e parlo con il cibo. Ecco le prove.

mangiare

Ciao Mamma,

Qui tutto procede bene, ormai mi sono ambientata. La commessa del bar dove prendo il caffè mi riconosce, so dove andare per un appuntamento e prendo il taxi dal lato della strada che mi permette di arrivare a casa prima e spendere meno, come dice Magalì: sono una “rosarina de verdad”.

Rosario m’encanta! È stupenda, non è Buenos Aires ma io l’adoro, amore puro, incondizionato e viscerale.

Rosario la prima volta l’ho vista da quel colectivo. Una città nuova per me, non tanto come struttura ma come insieme. Palazzi e gente diversa, nei lineamenti, nei gesti, negli abiti e nel tono della voce. Il pulman per arrivare a Rosario passa accanto alle villas (che qui pronunciano viaggia perché diversamente dalla Spagna la “ll” si legge je). Mi hanno angosciato, immobilizzato, svuotato in un lampo: bimbi con felpacce strappate che correvano fra le baracche con al centro un fuoco alimentato da cartoni ed intorno altri ragazzi con pantaloni scuciti, senza mutande ma con i cani.

Paura all’inizio ma subito serenità e purezza grazie alle persone conosciute e alla città scoperta una volta passata la periferia. Ora so che un luogo lo fanno le persone e che io qui ho vissuto bene anche grazie a chi ho incontrato, alle amicizie fatte e a quelle non fatte. L’ambiente rosarino è giovane, positivo, vivo, stimolante, elettrico, purtroppo troppo lontano per me.

Io mi sento argentina ma non lo sono. Non ho la loro vita alle spalle e rimango sempre con una piccola dose di italianità che si manifesta in come mi muovo, mi comporto e in ciò che penso.

La mia Argentina è questo ma è anche il mate che sto bevendo mentre ti scrivo. Mi viene da sorridere a ripensare alla prima volta in cui l’ho assaggiato, era un martedì, era festa nazionale e io non lavoravo. Sole splendente nel cielo, gruppo di amiche argentine e italiane, coperte in terra e voglia di conoscersi in un parco. Mi distraggo un attimo e sento la fine della frase di Caro: “.. a tomar mate”. Lei tira fuori dallo zaino un termos di acqua calda mezzo rotto, la bombilla, (la cannuccia di acciaio con un’estremità bucherellata e un’altra aperta come una classica cannuccia) ed un mate (la tazza di zucca).

yerba mate

Bisogna seguire un rituale specifico per preparare il mate. Caro estrae le foglie di “yerba mate” dalla busta nera e rossa con la scritta Rosamonte. Fa cascare l’erba nella tazza, la copre con la mano e la capovolge tre volte per eliminare la polvere delle foglie secche. Accomoda tutta la yerba nella parte destra e versa l’acqua bollente nella sinistra. Tappa la cannuccia con il pollice dal lato da cui beve e la infila veloce e sicura nella tazza. Il mate è pronto. Lei da i primi due sorsi e lo passa, il terzo sorso tocca a me. Chiudo gli occhi e mi assaporo il momento, mi dicono di stare attenta perché ustiona ed ha un sapore aggressivo, ma io impaziente inizio a bere. La cannuccia di metallo è ancora bollente, appoggiata al labbro inferiore è come un cucchiaio abbandonato nella pentola della zuppa calda. Mandar giù il mate non è da meno, un’ondata di lava percorre lenta l’interno della bocca fino ad arrivare in gola e scendere. Strizzo gli occhi e tiro fuori la lingua istintivamente, appena riapro le palpebre tutti ridono dicendo: “Bea questo è tipico!”

Mate

Il mate oggi è ammaliante, meno infuocato ma sempre amaro, lo zucchero non lo vuole. Molti credono che il sapore sia simile a quello del thè ma non è vero. Il mate è un infuso polveroso, paglioso ma liquido, invade il tuo mondo in maniera prepotente ma rincuorante.

Preparo il mate tutte le mattine, divoro cucchiaiate di dulce de leche ma non con lo spirito di Magalì o di Caro, è per questo che ti dico che non sono argentina.

Mangio dulce de leche e bevo mate con la voglia di conoscere un posto, gustarlo, assaporarlo, farlo mio. Mangio dulce de leche e bevo mate perché oggi sono a Rosario e domani a Siena non ci saranno più. Mi nutro di questi sapori per portar via una parte della mia Rosario, è l’unico modo per farla rimanere sotto la mia pelle, non sono fotografie, non sono ricordi, sono dentro di me e lo saranno per sempre, insieme a tutto quello che questa città mi ha dato, insieme alle persone che ho incontrato.

Tomar Mate a Roma

Roma, 15 Marzo 2013: a Maggio 2012 Magalì è venuta in Italia. Con lei, dopo due anni, ho di nuovo bevuto mate, mangiato dulce de leche e assaporato il cuore della mia Argentina.

Beatrice Mencattini

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